sabato 27 febbraio 2016

Saluti da MiMa


Un felino di specie indefinibile cerca, con poca convinzione, di atterrire i passanti con le zanne immobili appiattite disegnate su un deltoide lucido e glabro. Il dorso ospita due volti inespressivi, irriconoscibili. Potrebbero essere i suoi nonni come anche Mao e il Che o Sonny e Cher coi capelli corti. Il polpaccio arrosolato ospita una spirale di linee nere dal calibro decrescente andando verso la caviglia. Negli spazi liberi, triangolini pieni e vuoti. Passata l’era degli ideogrammi orientali incomprensibili per chiunque, a partire dallo stesso proprietario, ora c’è il più sincero tatuaggio tribale che si comprende subito che non significa niente. L’espressione del giovanotto sdraiato ad occhi chiusi sul telo di spugna, è di soddisfatta relazione di coppia con la biondina che gli accarezza la spalla. Quella libera da inchiostro. Per ora.

Un neonato esprime il suo disappunto per il trasbordo sull’arenile alle 11.30 anti meridiane avvenuto senza il suo consenso. La giovane madre non comprende il motivo del suo pianto disperato e isterico. La pelle arrossata sotto lo scoppio di sole, la sabbia che penetra da ogni pertugio nel pannolino e gli insettucci domiciliati sulla battigia che si appiccicano alla pelle sudata non le suggeriscono niente. In mano ha una copia del numero speciale agostano di una rivista per femmine poco esigenti: Letto e Riletto - versione estiva del Fritto e Rifritto invernale. Forse ancora non lo ha aperto alla pagina de I (soliti) pericoli dell’estate. 
Le sue esigenze di abbronzaggio annullano la paura irrazionale verso tutto ciò che circonda l’erede, che negli altri mesi dell’anno la fa assillare chiunque le stia intorno: madre, suocera, marito. Pediatra. I normali principi di precauzione non vengono applicati. Il compagno innervosito le chiede di prendere al più presto provvedimenti per tacitare l’infante che lui non sa come si fa.

La primipara attempata è succube della primogenita isterica, che viene lasciata scorrazzare a suo piacimento all’interno del campeggio durante le ore del silenzio postprandiale, ma dentro l’acqua salata la madre vuole imporre alla figlioletta (tre etti con la coratella) il proprio standard di divertimento. La spoglia, evidentemente contro il suo consenso, infatti mentre la nonna ripete all’infinito il suo verso esclamativo: non si può certo fare il bagno con la maglietta! la piccola iena inizia a strillare allo sfilamento della prima manica della maglietta e lo farà per tutto il tempo del bagnetto. Intanto ai cuginetti più grandi, dentro l’acqua fino alle ginocchia, dalla medesima nonna viene proibito di schizzare la suddetta acqua.

Genitori e nonni, si danno un’inutile aria da severi educatori urlando a figli e nipoti improperi e minacciando punizioni iperboliche da lontano. In realtà non prendono alcun provvedimento, tranne dare un saggio di comunicazione urlante: deve essere la famigerata educazione a distanza.

I nonni factotum… in certi casi se non ci fossero… bisognerebbe ringraziare il cielo.

I bimbi piccoli non fanno la doccia, si lavano nella apposita vasca altezza lavandino sotto un cartello che, come non fosse evidente dalle dimensioni della vaschetta, ne specifica l’uso per i minori di tre anni. Non specificano quello che suggerirebbe però il buonsenso: nel bagno delle donne tale incombenza spetta alla nonna. La brava massaia invece ottimizza e mentre fa la doccia lei è il nonno che deterge il fanciullino nella suddetta vasca. Passi questo abuso ma quando il nonno in questione, uscita la moglie dal loculo doccia, ne prende il posto sorge spontanea la protesta cortese: scusi, perché lei fa il bagno nella doccia delle donne? Lui non riesce a proferire verbo, la moglie lesta gli viene in soccorso: Perché c’è lui, ammicca al nipotino - maschio. Si ma se lo poteva portare nel bagno degli uomini, no? è così che si deve fare… Lui ostenta sempre mutismo ebete (forse è il suo modo di ammettere il torto), lei ratta s’apprende Perché qui ci sono io. Forse intende in quanto femmina anche se ne ha abbandonato le sembianze da gineceo da un po’ essendo diventata un cubo informe. Ma che discorso! da sempre i bimbi vanno nello spogliatoio del sesso dell’accompagnatore… Stizzisco. Ssì, ssì… ha ragione leeei… mi asseconda sarcastica la budellona uno e quaranta per uno e quaranta, praticamente quadrata, mentre lui riprende, non molto convinto, a sciacquarsi. Sì, decisamente lui sa di avere torto. Le proteste in direzione non danno soddisfazione, alzano le spalle dichiarandosi impotenti. Apporre l’ennesimo cartello non farebbe la differenza. Nel pomeriggio è un giovane che infila nella vaschetta un bambino. Stesso stile, stessa taglia del bambino del mattino, che sia il figlio o il genero della famigerata coppia? Allertato immediatamente, un operatore della direzione si attiva per demaschilizzare lo spogliatoio femminile.

Il mercatino di sassi dipinti e intrecci di plastica colorata non ha clienti. Per dare fiducia allo slancio imprenditoriale nato nella roulotte accanto - quattro bimbette di età da scuola primaria e secondaria inferiore mentre i maschi stanno a guardare vergognosi - compro per un euro un sasso fucsia personalizzato con la doppia iniziale del mio nome, utilissimo, date le dimensioni, come fermaporte per la casa degli uccellini che non ho (né la casa, né gli uccelli). Per 50 centesimi mi tocca un nastrino intrecciato rosa/azzurro da usare come portachiavi. Le venditrici rimangono soddisfatte dalla loro unica cliente. Dopo un po’ una nonna delle loro si avvicina disprezzando ad alta voce i manufatti e dichiarando che elargirà denaro soltanto quando le artigiane improvvisate produrranno oggetti di suo gradimento. Parenti serpenti.

In campeggio la notte non porta consiglio e il vicino dalla voce arrochita dalle sigarette, che è già parecchio irritante di giorno per tono vocale e livello di bassa lega della conversazione, verso le due e mezzo inizia a blaterare con un suo pari sulla sua insonnia, più o meno per un’ora. Nessuno del vicinato protesta. I suoni gravi sono quelli che si sentono meglio da lontano, spiegava la prof di fisica ad un mio compagno bofonchiante dall’ultimo banco. O forse la mia ipersensibilità deriva dal dormiveglia in attesa del ritorno del gaglioffo in giro. A donne, spero, le preferisco alle sostanze psicotrope. 

Il Bar Pizzeria Ristorante offre intrattenimento musicale che va dal Karaoke, attraversa il piano bar e finisce in bellezza con l’esibizione di danze tipiche romagnole e non. Una danzatrice del ventre, senza pancia, magra come una mannequin, si è esibita con grazia ed equilibrio danzando con dei ventagli ornati di sete fruscianti e tenendo in equilibrio sulla testa un vassoio di candele accese. Fisicamente è molto lontana dall’idea classica di sensualità medio orientale, per volume sarebbero più appropriate le femmine astanti prive di qualsivoglia grazia e men che meno di senso del ritmo. La giovane sarebbe attraente comunque in quanto ostenta un sincero sorriso: decisamente non è modella in quanto è assente l’espressione ingrugnata tipica da reclame patinata.

Adolescenti iperattivi a corto di idee per il dopo pranzo - mai che venga in mente di studiare per l’esame di settembre - si rifugiano dentro il camper, dove nonostante l’ora e gli scarsi metri cubi d’aria a disposizione, la temperatura è accettabile, per riesumare la PS2, consolle ormai vintage, e giocare a Dragon Ball. Mentre violentano il joy stick, ruttano e spetazzano, tanto non ci sono in giro femmine della loro misura con cui pavoneggiarsi come tentano di fare ogni sera, quando si profumano ascelle e magliette, che però finora non è servito a raccattare pallino. Che è come dire non hanno battuto chiodo. Età ingrata quella dello sviluppo maschile: abbassamento della voce, disseminazione di peli, iperplasia delle palle non accompagnata da quella dell’ego che invece è indispensabile per trovare il coraggio di dichiararsi a femmine in carne ed ossa. Quindi rimangono il biliardo, i racchettoni, la piadina e i rutti.


In questo circondario allietato dal profumo di roast beef delle sedici, la villeggiante calata nel suo ruolo, assidua cliente della locale rosticceria, in crisi d’astinenza di bagno a mare da una decina d’anni, nonostante il sole cocente e la sabbia rovente, a causa di un venticello che mitiga la famigerata umidità romagnola, e in virtù di acqua incredibilmente limpida, si appresta al tuffo inevitabile che la sorprende, non crederebbe di averlo fatto se non ci fossero a riprova le mutande bagnate. 
(agosto 2015)

mercoledì 3 giugno 2015

Diffusione

Cari amici del Miche,

sono passati molti mesi da quando, venendo incontro a un'esigenza manifestata anche dalla dirigenza del liceo e da alcuni docenti che si prendono cura della Biblioteca della scuola, abbiamo lanciato l’operazione "Liceo Michelangiolo 100 per CENTO": ad oggi siamo arrivati a metà strada, avendo raccolto circa 5,000 Euro: grazie al vostro supporto stiamo "recuperando" circa 400 libri antichi, presenti nella biblioteca del Miche, di cui in allegato trovate alcune immagini. 

 Vi chiediamo la cortesia di fare circolare questa mail a più persone possibili in quanto vogliamo proseguire nella raccolta fondi per arrivare ad Euro 10,000: ogni contributo di Euro 10 permette la digitalizzazione in archivio di un nuovo volume antico, e raggiungere il nostro obiettivo ci permetterebbe di procedere alla digitalizzazione dell'archiviazione di circa 1,000 libri antichi presenti nella biblioteca del Liceo. 

Invito chi ha dato già la sua disponibilità ad effettuare il versamento sul conto corrente intestato al "Comitato pro biblioteca Liceo Classico Michelangiolo" presso Banca Passadore, il cui IBAN è

IT39/K/03332/02800/000002210918 causale "quota associativa comitato biblioteca"

E' stata anche fissata una visita presso il Liceo Michelangiolo, che si terrà venerdì 12 giugno, dove la scuola sarà aperta per noi dalle ore 12:30 alle 13:30; sarà una occasione per rivedere il Liceo, visitare anche la biblioteca e vedere anche alcuni dei preziosi volumi che grazie al vostro contributo adesso sono riemersi e sono archiviati. 

Come alcuni di voi sanno,  abbiamo coinvolto nel progetto una bibliotecaria, la dott.ssa Valeria Buonfantino,  che ha approntato ed iniziato il lavoro presso la biblioteca. Ho chiesto a lei di aggiornarvi in diretta sul progetto: "si é trattato di un lavoro complesso perché il Fondo Antico Michelangiolo é stato allestito ex novo, alcune opere a livelli sono state riunite come: La scienza della legislazione del cavaliere  Gaetano Filangieri, 1796; Sermons du pere Bourdaloue ..., 1716; Istoria degli ultimi quattro secoli della Chiesa ..., 1788 ed altre ancora.
Ad oggi sono state catalogate 203 edizioni antiche di cui sei cinquecentine. 
Risulta particolarmente interessante l'opera in tre volumi Numismata imperatorum Romanorum præstantiora ... perché costituisce un erudito apparato storico numismatico relativo alle antiche monete romane ed é corredato da tavole finemente incise. 
Di notevole importanza anche Le grand dictionaire historique, ou Le melange curieux de l'histoire sacrée et profane ..., classico della storiografia francese.
La chiave di questo prezioso intervento di recupero del patrimonio librario antico del Liceo Michelangiolo é catalogare per conoscere cosa abbiamo e conservare consapevolmente!
Grazie al vostro contributo e a quello di Banca Passadore avremo a fine progetto 400 edizioni antiche catalogate." 

Speriamo di vedervi numerosi al Miche il 12 giugno!

Grazie ancora

Kevin Tempestini
Augusto Dossena
Camilla Tempestini

Un’unica raccomandazione: se fate circolare questa mail, mettete sempre cc Giada Basla ( segreteria@ktepartners.com), in modo che riusciamo a coordinare il tutto, e questo in particolare per pianificare bene la visita presso il Liceo fissata per venerdì 12 giugno. 

Per completezza di informazioni, allego la mail inviata a settembre per il lancio della iniziativa.

Vi prego di fare girare questa mail a tutte le persone potenzialmente interessate.

Grazie e buona giornata

Kevin Tempestini

venerdì 22 maggio 2015

Il Dottor Casamonti

Come ogni mattina il Dottor Casamonti era arrivato per ultimo con la massima calma.
Era il suo modo di comunicare che non si era portato a casa i problemi di lavoro del giorno prima.
In laboratorio non si angosciava mai, anche quando Giorgio, il suo fido compare, gli sciorinava le criticità emergenti, non si scomponeva e si preoccupava soltanto di trovare il modo per evitare il proprio coinvolgimento.
Col solito fare insinuante, sbolognava i problemi a qualcun altro. Che spesso ero io.

Ma quando era inchiodato dalle sue responsabilità di dirigente del reparto produzione tondini di ferro, quando doveva fare il dottore e lasciare da parte il Casamonti, diventava dinamico ed esibizionista.

Prendeva il telefono, gonfiava il petto, tendeva il diaframma e con voce baritonale e uso sapiente di parole misurate e battute spiritose, ripristinava la norma. Magari aveva anche allargato la cerchia delle persone da sfruttare conquistando il malcapitato col suo charme.
Ma non era questo che mi irritava, anzi gli riconoscevo questa sua abilità da incantatore di serpenti.
Non apprezzavo invece una sua peculiarità originale, un comportamento automatico che, messo insieme al suo totale dispregio degli spazi altrui, creava un certo imbarazzo a tutti i colleghi.
Quel lunedì dovevamo risolvere un problema comune in attesa di soluzione fin dal venerdì precedente. Lui viene nel mio ufficio, si accomoda sulla sedia di fronte alla mia scrivania e come sempre non riusciva a stare fermo con le mani.
Come un bambino nevrotico il Dottor Casamonti toccava tutto quello che gli capitava a tiro e anche sulla mia scrivania non fece eccezioni.
Smontò e rimontò tutte le mie penne, spaginò un pacco di fogli e, nel constatare quanto fossero belli i miei figli, fece tre o quattro ditate sul vetro del ritratto di famiglia che avevo appena lucidato.
Mise le mani su tutte le caramelle sfuse della mia scatola di cortesia, finché, finalmente, ne scelse una.
Io non sono troppo schizzinosa ma, dal momento che il Dottor Casamonti teneva anche un altro comportamento discutibile questa fu la goccia che fece traboccare il vaso.
Il fatto è che il viscido aveva l’abitudine di infilare mani e dita in tutti gli anfratti del suo corpo, naturali ed artificiali. Naso, orecchie, patta, varco delle mutande tra le natiche.
Lo faceva senza pudore ormai anestetizzato dalla consuetudine. Non credo che non se ne accorgesse piuttosto era convinto che fosse un suo diritto ancestrale ereditato da un antenato ominide.
È inutile dire che mi alzai di scatto urlando questo è troppo!


Lo espulsi dall’ufficio e, senza tema di passare per schizzinosa, feci sparire dalla mia scrivania la scatola di cortesia con le caramelle sfuse.



Rosa Matteucci

Se è vero soltanto un decimo di quanto descritto in Tutta mio padre, mi dispiace molto per la bambina Rosa ma, egoisticamente, ringrazio il cielo che ci ha regalato un'autrice vera, priva di stereotipi e ripiena di solida cultura. Mai letto pagine come le sue, nemmeno in recenti vincitori premiati in prestigiosi premi letterari.
Grazie Rosa.


... e scusa la banalità...

Il buco


Dopo cinque mesi di buchi impari il decorso delle vene del tuo braccio anche se non hai mai studiato anatomia. La linea blu che si intravede sotto la pelle del dorso della mano - e sopra i tendini tesi nell’articolazione delle dita - ora impercettibilmente piatta, ora evidente e tumultuosa, gira verso il polso e lo supera dalla parte del pollice e si addentra nella parte interna dell’avambraccio, su, su fino al gomito.
Ecco, questo è il territorio di predazione del tuo sangue, ove infiniti sono gli accessi.
Il dorso della mano e il polso presentano difficoltà e ostacoli alla penetrazione, oltre ad essere decisamente più propensi a divenire dolenti, di un dolore sordo e duraturo.
L’interno del braccio e l’incavo del gomito sono decisamente più arrendevoli ma anche estremamente fragili e le continue profanazioni mettono a rischio la ricerca di un varco per il buco successivo. Cinque mesi significano una trentina di buchi e una discreta quantità di veleno trasferito.
Gentile collega, ho visto oggi il suo paziente affetta da eteroplasia intestinale IV stadio. Il  paziente inizierà un trattamento chemioterapico c/o il nostro day hospital con Oxaliplatino e Bevacizumab endovena , ogni 21 giorni, e Capecitabina orale da assumersi per 14 giorni ogni 21.
I medici dell'ambulatorio oncologico avvisano con ferma cortesia il medico di famiglia.
Di primo acchito si pensa al platino nella sua veste naturale di materiale prezioso. Il nobile metallo evoca le immagini dell’auspicabile briglia ad un solitario di fidanzamento, o di un collier sottile con pendente prezioso o di due orecchini che brillano, nell’altalena naturale dei lobi. Cornici splendenti intorno a splendide donne. Di platino anche i vistosi cronografi forgiati da abili artigiani svizzeri che circondano il polso di professionisti affermati e di favoriti eredi di grandi fortune.
Roba utile e futile, da esibire.
Nel corpo il platino non luccica. Brucia, buca, distrugge i tessuti giovani in continuo rinnovamento, come le pareti delle vene che, dopo cinque mesi, non sono più blu. Sono verdine, marroni, per quello che ne puoi capire tu. Dure e impenetrabili, per quello che percepisce l’infermiere che cerca un varco per il suo ago profanatore, non sempre accompagnato da gentile farfallina, che dovrà essere inserito nel braccio e lì dovrà mantenersi saldo per tutto il tempo necessario – intervallo lungo, lunghissimo -  per non incorrere in sorprendenti, spiacevoli, effetti, collaterali alla venefica terapia.
Dipende dal caldo... dipende dal freddo... dipende dalla vena... dipende dal tempo...
Mentre il liquido incolore scorre nella vena, il braccio intorno comincia a dare la sensazione di mille punture di spilli. Ricorda i giochi delle elementari, ai giardinetti, quando ci si confrontava con atti di forza e i più determinati e prepotenti piegavano ai loro voleri i mansueti, torcendo loro i polsi perché fosse chiaro chi era a comandare.
Ma gli spilli di platino li senti più intensi, più in profondità e la sensazione dolorosa si espande dalla zona del buco, a metà avambraccio, su fino all'incavo del gomito e poi scende giù fino al dorso della mano, là, sotto i tendini guizzanti della mano inquieta, incurante di caldo, freddo, vena e tempo. E tu già sai che il fastidio – dolore è termine eccessivo, anche se non improprio -  durerà ben oltre quel giorno di perfusione.
Ma sei preparato perché il bravo oncologo ti ha comunicato i mille pericoli a cui vai incontro - tossicità midollare, tossicità gastrointestinale, tossicità epatica e renale, reazioni allergiche, astenia fotosensibilizzazione, rash cutaneo, eritrodistesia palmoplantare, spasmo coronario, neuropatia periferica, discrasia ematica (in senso emorragico), ipertensione arteriosa, proteinuria, teratogenicità e letalità embrionale…
Che forse era meglio non averli conosciuti o forse era meglio essere già morti così non se ne parlava più.
Il bravo oncologo, dopo averti spaventato a morte, ti suggerisce anche i rimedi per tenere sotto controllo gli eventi avversi e ti fornisce qualche antidoto per quelli più banali. Semplifica tutto in quattro categorie. O meglio: ciò che puoi tenere sotto controllo è limitato a quattro categorie. Nausea, vomito, diarrea e mucosite. Così ti attrezzi con una valigetta, che ti porti dietro anche per viaggi brevi verso mete limitrofe, che sembra quella di Mary Poppins. Dentro ci sono farmaci e presidi indispensabili nel momento del bisogno. Compresa la crema solare. Se uno odiava l'abbronzaggio selvaggio ora patisce anche l’assenza di insolazione lieve.
La prima seduta di chemioterapia, affrontata in solitaria, lascia una sensazione vaga, un bruciore al braccio, un abbassamento di voce, movimenti inconsulti delle palpebre in reazione al vento, spilli in gola a bere acqua fresca, spilli alle mani a prendere oggetti direttamente dal frigorifero. Il primo controllo ematico lascia soddisfatti col suo emocromo da bistecca umana, senza crepe nella densa popolazione di globuli, rossi e bianchi, e nessuna scoloritura della tonalità scarlatta.
La terapia prosegue sempre uguale, ogni ventuno giorni. I sintomi ogni volta hanno un esordio sempre più precoce, diventano più intensi e durano per più tempo ma, fortunatamente, tutto rimane fisicamente ben sostenibile. L'ipertensione è subito sotto controllo, l’irritazione intestinale provoca deboli conseguenze sull’alvo, senza turbare la quotidiana ripetitività. Col vantaggio della perdita di peso. Poca roba. L’emocromo rimane denso dei suoi componenti misurabili.
La vita scorre come al solito. Casa, lavoro, giardino, cane, gatti, cena, figli, seduta di chemioterapia, pasticche, misura della pressione. Piedi  e mani che si colorano, piedi che si sbucciano. Casa, lavoro, giardino, cane, gatti, cena, figli, seduta di chemioterapia, pasticche, misura della pressione. L'aria fresca che rende afoni. Casa, lavoro, giardino, cane, gatti, cena, figli, seduta di chemioterapia, pasticche, misura della pressione. Le amate verdura e frutta che provocano contorcimenti delle budella.
La mente, preda di mille distrazioni, si risveglia all’improvviso ogni volta, angosciata dall’avvicendarsi dell’ennesima seduta di chemioterapia, memore delle spiacevoli sensazioni lasciate dalla precedente. Il sistema nervoso non riesce ad adagiarsi sul ritmo anomalo di ventuno giorni che sostituisce artificiosamente il ciclo lunare.
Il corpo non cede all’avvelenamento ma ricorda l'ingresso del liquido infiammante e ne intuisce il senso: veleno, poison, venenum. Così, al pensiero di cominciare da capo l’insostenibile rito, lo stomaco si ribella e assume un comportamento subdolo: somatizza ma non espelle. Insorge la repulsione mentale: è un conato psicologico. Ansia anticipatoria, si chiama.
La parvenza di normalità, assecondata da un corpo robusto, è inconsciamente inaccettabile da condurre dentro un’esistenza scandita dal ritmo della terapia. Specialmente per chi non ama essere ripetitivo.
Ritmo accettato a malincuore solo in nome dell’effetto benefico della terapia venefica. E i sintomi lievi, che all’inizio confortano, quando si avvicina il momento di un evento diagnostico, sono angoscianti perché inducono all'errata interpretazione di inefficacia della terapia. Colpa del bravo chirurgo incolpevole, che, temendo di aver esagerato col lungo elenco delle cose terribili che la chemioterapia può produrre, conclude edulcorando… che poi quando gli effetti collaterali sono intensi è anche quando la terapia funziona meglio…
Allora non funziona, pensi, io sto bene!
Quella contro il cancro è una battaglia lunga. Si sa.
(giugno 2013)

venerdì 5 settembre 2014

Giornalisti

Nicola Di Renzone sulla Nazione di oggi, a proposito dei controlli sulla cava di Paterno, scrive che saranno ripetuti gli analisi...

lunedì 21 luglio 2014

Buona linfa non mente

Dalla cucina la radio accesa invia echi di musica melodica. 
L’ortensia nel patio scuote le foglie in un fremito. Per empatia rabbrividisco anch'io, pensando al gelo della ventata che le ha mosso le fronde. Ma le cime degli alberi sono immobili. Sarà stato un singolo refolo solitario che repentino ha colpito la pianta ed evitato me.

Continuo a potare la rosa nera che ho comprato al supermercato. Compro molte piante al supermercato. Questo anno ho preso varie rose, un mirtillo, un lampone ed un’uva spina.
Che quella che avevo comprato fosse uva spina l’ho intuito solo dopo averla comprata perché la scritta sulla confezione Ribes Uva Crispa mi  aveva fuorviato. E che è? Però mi piaceva non mi interessava entrarci in confidenza formale.
In più a mia precisa richiesta l'addetto all’orto-frutta mi aveva spergiurato che non era una pianta commestibile. Invece i pittogrammi sulla confezione ora mi parlano chiaro: a settembre si mangia qualcosa di giallino simile ad un chicco d’uva bianca, per colore e dimensioni, dalla superficie retata come quella di un popone, a frutto singolo come una mela appesa. Il fusto spinoso ha poi confermato i miei sospetti.

Non ci si può fidare di un commesso del reparto vegetali che spolvera i cartoni lucidi con su la foto di una pianta rigogliosa, senza annaffiare la veccia che è cresciuta dentro il parallelepipedo buio. Quando ho tolto il mirtillo dalla confezione era in piena ipoclorofillemia senza essere mai stato sotto un sasso. 

Il giovane addetto dell’orto-frutta ha mai sentito nominare l’uva spina? Ai miei tempi era un nome magico, non credevo che esistesse davvero. Lo leggevo nelle fiabe ma non c'era Peppa Pig. Collodi scriveva della vecchia fata che con un dito in bocca faceva tre fischi e poi chiamava a raccolta un esercito di frutta uva spina compresa. Andersen raccontava di un matrimonio combinato di un lumachino in cerca di moglie e della banda di zanzare ruffiane che gli indicano la moglie ideale che vive... a cento passi d’uomo da qui, su un cespuglio di uva spina.
Ma che vuoi che ne sappia un meno che trentenne cresciuto a Manga giapponesi... 

Dalla cucina giunge il gorgheggio finale di una ballata di Gigi D’Alessio. Di nuovo l’ortensia ondeggia lievemente, e di nuovo rabbrividisco mentre gli alberi, immobili, ci contemplano entrambe senza commenti. Forse è Gigi D’Alessio che mi provoca la pelle d’oca.
È meglio se spengo la radio.
Parlo, tanto sono sola... ma in quel mentre l’ortensia si piega verso di me in una specie di inchino e una foglia mi sfiora la mano.
Anche tu non gradisci ‘sta lagna?
Sorrido mentre cerco di capire da che parte giungesse il vento che l’ha piegata. 
Parlo spesso con le piante ma di solito non converso. Faccio complimenti generici sulla bellezza vegetale e apprezzamenti standard per i nuovi germogli che mi commuovono ad ogni nuova bella stagione. Ho già avuto modo di complimentarmi con la mia uva pizzutella che ha già prodotto i suoi grappoli neonati.
Ancora la foglia mi sfiora. Questa volta con un contatto vero, un gesto deciso, un tocco quasi umano che mi lascia senza parole.
Ora non cerco più movimenti dell’aria e non trovo spiegazioni logiche. Ho un attimo d'ansia ma non penso ancora che la pianta sia posseduta.
Dalla cucina provengono le voci sguaiate di un altro tipo di indemoniati: conduttori radiofonici, con poca fantasia e molta maleducazione, che battibeccano con la malcapitata vittima di uno scherzo telefonico.
Che diamine! Ma è possibile che non ci sia una radio che trasmetta musica decente e niente altro?
Non so perché continuo ad urlare: sono sola, nessuno mi risponderà. Almeno è quello che mi ostino a pensare. Invece l’ortensia mi tocca, e questa volta mi spinge, quasi mi invita ad allontanarmi.
Allora vuoi proprio che spenga la radio? 
Le dico calma fissando le palle rosee di fiorellini a quattro petali. L’infiorescenza centrale sussulta, tentennandosi ora in avanti, ora indietro.
Diamine, ma tu mi stai dicendo di sì??
Questa volta non attendo la risposta della pianta: interrompo il mio lavoro e vado a spegnere la radio. Ma lo stomaco manifesta chiari segni di tensione e ora non mi va di affrontare le stranezze dell’ortensia in completo silenzio. Indugio poi riaccendo e cerco un sottofondo che mi confonda tatto e udito impedendomi di rimuginarci troppo sopra. Scelgo Mozart che va bene su tutto.
Torno in giardino facendo finta di niente, pronta a cominciare da capo.
Dove ero rimasta?
Ricapitolo ad alta voce non aspettandomi alcuna risposta. Invece l’ortensia riconoscente mi porge un suo rametto secco da potare. Poi si immobilizza. Tronco con un tac.
Serve altro?
Ma lei non mi parla più. Mozart continua con le sue sequenze virtuose.